I forti di Lardaro edificati fra il 1860 e il 1866. Da sinistra Larino, Reveglér e Danzolino. Fonte: HECHT Felix Wilhelm, Diario di guerra dal Càdria e dallo Stivo del tenente Felix Hecht, Trento, Società di studi trentini di scienze storiche, 1983.

I forti di Lardaro edificati fra il 1860 e il 1866. Da sinistra Larino, Reveglér e Danzolino.
Fonte: HECHT Felix Wilhelm, Diario di guerra dal Càdria e dallo Stivo del tenente Felix Hecht, Trento, Società di studi trentini di scienze storiche, 1983.

Il forte Reveglér: da notare i portoni in ferro che bloccavano la carreggiata. Sullo sfondo la zona del Lago d’Idro e del confine di stato. Fonte: collezione Corrado Valentini.

Il forte Reveglér: da notare i portoni in ferro che bloccavano la carreggiata. Sullo sfondo la zona del Lago d’Idro e del confine di stato.
Fonte: collezione Corrado Valentini.

Forte Corno in una foto d’epoca. Fonte: collezione Corrado Valentini

Forte Corno in una foto d’epoca.
Fonte: collezione Corrado Valentini

Foto d’epoca di forte Cariola. Fonte: HECHT Felix Wilhelm, Diario di guerra dal Càdria e dallo Stivo del tenente Felix Hecht, Trento, Società di studi trentini di scienze storiche, 1983.

Foto d’epoca di forte Cariola.
Fonte: HECHT Felix Wilhelm, Diario di guerra dal Càdria e dallo Stivo del tenente Felix Hecht, Trento, Società di studi trentini di scienze storiche, 1983.

L’entrata di forte Larino dopo i lavori di restauro. Fonte: foto di Simone Marchiori.

L’entrata di forte Larino dopo i lavori di restauro.
Fonte: foto di Simone Marchiori.

Forte Larino visto da sud. Da notare le cannoniere e le fuciliere rivolte verso la valle. Fonte: foto di Simone Marchiori

Forte Larino visto da sud. Da notare le cannoniere e le fuciliere rivolte verso la valle.
Fonte: foto di Simone Marchiori

Casermetta nelle immediate adiacenze di forte Larino. Fonte: Simone Marchiori

Casermetta nelle immediate adiacenze di forte Larino.
Fonte: Simone Marchiori

Forte Corno dopo i lavori di restauro visto dai boschi sovrastanti. Si noti l’entrata con il ponte levatoio. Fonte: foto di Francesco Bologni, Gruppo Museale Alto Chiese.

Forte Corno dopo i lavori di restauro visto dai boschi sovrastanti. Si noti l’entrata con il ponte levatoio.
Fonte: foto di Francesco Bologni, Gruppo Museale Alto Chiese.

Forte Corno dopo i lavori di restauro visto da Forte Larino. L’aspetto è quello di un maniero. Fonte: foto di Simone Marchiori

Forte Corno dopo i lavori di restauro visto da Forte Larino. L’aspetto è quello di un maniero.
Fonte: foto di Simone Marchiori

Resti di forte Cariola. Fonte: foto di Francesco Bologni, Gruppo Museale Alto Chiese.

Resti di Forte Cariola.
Fonte: foto di Francesco Bologni, Gruppo Museale Alto Chiese.

Il fronte in Trentino

Pubblicato: 21 maggio 2013 in Senza categoria
L’andamento del fronte di guerra in Trentino durante la Prima Guerra Mondiale.

Va specificato che l’esercito austro-ungarico si attestò su posizioni arretrate rispetto al confine perchè già da tempo avevo studiato la linea di difesa più sicura e congeniale. I territori all’esterno di quella linea difensiva, quindi, non furono conquistati dagli italiani, ma semmai ceduti volontariamente.

Altra particolarità importante fu la tenuta del fronte per tutta la durata del conflitto: la capitolazione degli imperi centrali avvenne, infatti, per il cedimento del fronte interno dovuto alla penuria di generi alimentari e materie prime.

 

Fonte: Roberto Panelatti, presidente Ecomuseo della Valle del Chiese.

Con questo post si vuole fornire uno sguardo d’insieme sul sistema di fortificazioni costruite dagli austriaci a difesa delle Giudicarie. Come si vedrà, questi forti, ad eccezione del Cariola e delle difese di Peschiera, non ebbero alcun ruolo particolare nel corso della Grande Guerra, in quanto considerati già da tempo obsoleti rispetto ai progressi che in quegli anni stava vivendo il settore delle armi. Tuttavia, visto l’impatto che hanno ancora oggi sul paesaggio e l’errata percezione fra la gente comune che li ritiene coevi alla Grande Guerra, sembra importante dedicare loro un po’ di spazio.

Nonostante distasse circa una ventina di chilometri dal confine di Stato, la zona di Lardaro presentava delle caratteristiche geografiche ineguagliabili per la difesa del Trentino: innanzitutto in quel punto la valle si restringe sensibilmente, creando, di fatto, un imbuto. Inoltre, da quella posizione si può dominare tutta la Valle del Chiese, fino al Lago d’Idro.

Fu per questo che, in seguito alla perdita della Lombardia a causa alla Seconda Guerra d’Indipendenza, gli architetti militari furono portati a pensare ad un sistema di fortificazioni che impedisse incursioni pericolose da parte dell’Italia[1]. Vennero così progettati e costruiti fra il 1860 e il 1866 tre forti: Larino, Danzolino e Reveglér. Essi erano i cosiddetti forti di “prima generazione”, cioè fortificazioni dotate di spesse corazzature frontali in pietra in modo da non subire danni in seguito ad un attacco da parte di artiglieria che usasse proiettili sferici. La loro funzione principale era quella di bloccare un’eventuale invasione per una ventina di giorni, così da dare il tempo all’Impero di organizzare le truppe di difesa. Questi tre forti furono tutti progettati dal capitano Oskar Meiss von Taufen.

Il primo ad essere realizzato (in un solo anno) fu quello di Larino, costruito ad un’altitudine di 700 m su uno sperone roccioso a circa mezzo chilometro dall’abitato di Lardaro, appena sopra il bivio che sale a Daone. Fu uno dei primi del Trentino e la sua architettura risente ancora dei modelli di fine Settecento. Poteva resistere ad attacchi frontali e la sua copertura era realizzata da un alto strato di terra così da attutire l’impatto dei proietti sferici che erano molto poco precisi. In pieno regime questo forte poteva ospitare circa 12 cannoni di vario tipo assieme a una guarnigione di 125 soldati i quali vivevano, in tempo di pace, nelle tre caserme realizzate a fianco del forte, in posizione più protetta.

Contemporaneamente fu eretto un altro forte poco più sotto, alla confluenza del Rio Adanà con il Rio Maràc e al Torrente Reveglér. Da quest’ultimo prese anche il nome. La caratteristica di questa struttura a due piani era quella di essere una vera e propria tagliata stradale: dotato di portoni in ferro, in caso di pericolo venivano chiusi sbarrando completamente il transito. Poteva accogliere dai 12 ai 25 uomini e il suo armamento era piuttosto scarso: poteva contare, infatti, su tre cannoni, coadiuvati dalle postazioni per i fucilieri.

Completava la terna il forte Danzolino, realizzato sulla sinistra orografica della valle a 800 metri di altitudine, in posizione opposta rispetto a Larino. Rispetto a quest’ultimo era meno esteso e poteva contare, quindi, “solo” su quattro cannoni.

La disposizione di questi fortilizi era tale da esser definita “a tenaglia”, cioè capace di stringere il nemico in mezzo al fuoco incrociato delle tre postazioni. Il sistema, quando partirono i lavori, era molto efficace e all’avanguardia, se non che, in quel periodo vi fu un forte balzo avanti tecnologico nel settore delle armi. Apparvero, infatti, nuovi tipi di cannoni sempre più potenti e precisi: furono create le prime bocche da fuoco con canna rigata e proietti ogivali. Queste nuove armi arrivarono in Giudicarie nel 1866 al seguito di Garibaldi. Non spararono sui forti di Lardaro: probabilmente, nonostante fossero ormai inadeguati, rappresentavano ancora un forte deterrente psicologico per le giubbe rosse. Tuttavia all’imbocco della Val di Ledro, in pochi giorni, le truppe italiane ridussero in polvere un forte simile ai tre appena descritti. Si presentò, inoltre, un altro fattore di pericolo, rappresentato dalla possibilità di invasione non solo dal fondovalle, ma anche dalle cime delle montagne.

L’esercito austro-ungarico decise, quindi, di correre ai ripari e, nel 1883, diede il via ai lavori per la realizzazione di forte Corno, eretto sul fianco destro della valle, a 1080 metri di altitudine nel comune di Praso. A differenza degli altri tre forti, questo presentava una pianta irregolare con un fronte a est e uno a sud. In tal modo poteva tenere sotto tiro sia la Valle del Chiese che la Val di Daone. I locali di servizio trovavano posto nella parte più alta e potevano ospitare fino a 160 soldati. La sua dotazione era composta da sei cannoni di vario calibro, ma soprattutto da tre obici in cupola corazzata girevole, vera e propria novità per la valle. Completavano gli strumenti a disposizione due osservatori in cupola. Nonostante le innovazioni, venne presto considerato obsoleto e disarmato. I tre obici in cupola trovarono posto nel vicino sistema difensivo di Peschiera. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu impiegato come postazione per delle batterie di mitragliatrici ma, successivamente, dovette subire anni di totale abbandono.

Per rinforzare ulteriormente questa linea di difesa, nel 1910 partirono i lavori per  la costruzione del più potente dei forti: forte Cariola. Fu posizionato sul versante sinistro della valle, più o meno alla stessa altitudine del forte Corno con il quale costituiva una seconda “tenaglia” molto più ampia di quella formata da Larino, Danzolino e Reveglér. Era conosciuto anche come forte Por, dal nome della piccola frazione di Pieve di Bono che sorge appena sotto.

Forte Cariola può essere considerato un forte di quarta generazione: le sue corazzature erano in cemento armato rinforzato da putrelle in acciaio spesse 50 cm. Poteva contare su quattro obici in cupola girevole e mitragliatrici per scontri ravvicinati. Inoltre era dotato di due torri corazzate adibite ad osservatorio, due riflettori, una stazione auto-fotoelettrica e un acquedotto proprio, locali per l’alloggiamento della truppa, cucine, uffici e una vasta scuderia per una cinquantina di animali da soma. Poteva ospitare, inoltre, nelle caserme circostanti, un migliaio di soldati Questo forte fu temutissimo dall’esercito italiano che durante la guerra continuò a bombardarlo incessantemente senza, tuttavia, arrecargli grossi danni: basti pensare che la notte del 2 novembre 1918, a poche ore dalla fine della guerra, per coprire la ritirata verso nord dei primi soldati fu in grado di sparare 40 cannonate su Storo. La sua importanza stava nella sua funzione di collegamento fra le linee della Valle del Chiese e quelle della Val di Ledro.

Per completare il sistema difensivo di questo tratto di fronte, negli anni immediatamente precedenti all’inizio delle ostilità, venne creato un articolato sistema di difesa in località Peschiera, vicino all’ormai obsoleto forte Corno. Vanno citate, in particolare, due opere ipogee particolarmente importanti che hanno le caratteristiche dei forti di quinta generazione, interamente scavati nella roccia e in grado di resistere a qualsiasi cannonata. Il forte ipogeo inferiore di Peschiera si sviluppa per 350 metri ed era dotato di quattro cannoniere e numerose feritoie per fucilieri. L’ingresso principale presentava sul lato esterno una tettoia, sotto la quale trovava spazio una cucina da campo. Entrando nella galleria, invece, si doveva subito salire una gradinata che portava alle cannoniere, ma anche a due ambienti che probabilmente fungevano da ricoveri per la guarnigione e ad un osservatorio. Tornando all’ingresso, da lì partivano delle trincee che conducevano o all’entrata secondaria, oppure al crinale del Dosso dei Morti, ma anche al forte ipogeo superiore. Quest’ultimo aveva uno sviluppo di 240 metri, attraverso i quali si raggiungevano le postazioni che ospitavano gli obici in cupola girevole recuperati da forte Corno.

Fin qui si è parlato della genesi dei forti ma, ai fini della ricerca, è interessante andare a vedere che cosa è effettivamente rimasto di tutte queste strutture.

Va innanzitutto detto che nessuno dei forti subì danni particolarmente gravi durante la Grande Guerra[2]. Il problema sopraggiunse soprattutto nel periodo successivo, dal 1919 fino agli anni ’50. Infatti, la mancanza cronica di materie prime come ferro e acciaio, ma anche più semplicemente di pietre già squadrate necessarie per la ricostruzione, portò i cosiddetti “recuperanti” ad un vero e proprio lavoro di demolizione. È il caso del forte di Reveglér le cui pietre furono utilizzate per ricostruire il convento dei frati di Condino (centrato da una bomba durante la Seconda Guerra Mondiale) mentre le fondazioni furono trovate e asportate durante i lavori di costruzione del cavalcavia che porta agli abitati di Praso e Daone.

Ma la stessa sorte è toccata anche al forte Danzolino e, purtroppo, anche al forte Cariola, vero e proprio gioiello di ingegneria militare: la sua particolare struttura, rinforzata con imponenti putrelle d’acciaio, attirò molte persone che lo fecero letteralmente saltare, lasciando solo dei ruderi.

Restano, però, a testimoniare quel particolare periodo storico due forti molto suggestivi: Larino e Corno.

Il primo domina la Valle del Chiese e, appena oltrepassato Pieve di Bono, si presenta maestoso e imponente attirando subito su di sé l’occhio del passante. Raggiungibile comodamente da una strada pianeggiante che s’innesta sulla statale del Caffaro all’inizio del paese di Lardaro, è stato recentemente oggetto di un completo restauro. Grazie a questi lavori, l’edificio ha recuperato tutto il suo splendore. La massima cura con cui viene conservato permette di osservare ogni suo dettaglio: la copertura in terra, la pianta  con sviluppo ad angolo retto, ad eccezione di un lato a settentrione in cui trova posto una piccola piazza d’armi che protegge l’entrata, ma anche le pietre precisamente squadrate dei muri perimetrali, il fossato che corre tutt’intorno e le particolari aperture per i cannoni e per i fucili. Osservandolo bene, si può notare come il gusto estetico non fosse assolutamente assente in questo progetto, a differenza degli anonimi bunker che presero piede in seguito.

Passando al secondo forte rimasto ancora in discrete condizioni, forte Corno, è anch’esso oggetto di lavori di restauro. Tuttavia, sebbene questi debbano ancora essere portati a termine, la sua posizione, più defilata rispetto a forte Larino, lascia strabiliati gli escursionisti che si recano a visitarlo in quanto assomiglia in tutto e per tutto ad un immenso maniero.

Queste due strutture, appena finiranno i lavori, verranno convertite da edifici militari, a edifici culturali. Forte Larino ospiterà, anche grazie alla particolare disposizione degli ambienti interni, un museo interattivo su tutta la storia della Valle del Chiese, mentre forte Corno sarà adibito ad ospitare esposizioni ed eventi di grande portata. Fra le due strutture, inoltre, è stato creato un sentiero che permette un collegamento immediato per i visitatori, facendoli immergere, allo stesso tempo, nel fascino della natura che caratterizza la zona compresa fra i due forti.

Va inoltre evidenziato come siano state recuperate anche le caserme nelle vicinanze di forte Larino, adibendole a strutture ricettive per i turisti, ma non solo: in una trova, infatti, spazio una sala attrezzata per realizzare mostre e convegni, e la sede di un’associazione di rievocazione storica (fig. 14). Mentre nelle altre due è prevista l’apertura di un ristorante e di un Bed & Breakfast.

Un breve cenno va fatto anche a forte Cariola: anche se non è al momento oggetto di lavori di restauro, viste anche le condizioni pessime in cui è stato ridotto dai recuperanti, ciò non toglie che le sue rovine conservino comunque un fascino particolare visto che riescono ancora a trasmettere tutta la grandiosità dell’opera.

Per quanto riguarda, invece, i forti ipogei di Peschiera essi sono visitabili solo se accompagnati da un esperto: i recuperanti e il tempo hanno, infatti, minato la stabilità del calcestruzzo delle volte. Anche qui, però, non è andato perduto il fascino di un’opera che lascia stupiti: le centinaia di metri di galleria, infatti, se rapportate agli strumenti a disposizione nel periodo prebellico, fanno veramente riflettere sulle capacità del genere umano. Al momento, tuttavia, non sono previsti interventi di recupero, eccezion fatta per l’asportazione di un po’ di detriti dalle gallerie per consentirne il passaggio [3].

Prossimamente saranno pubblicate alcune foto per evidenziare lo stato di conservazione dei forti, parte integrante, ormai, dell’ambiente giudicariese.


[1] Va ricordato che misure analoghe furono prese lungo tutto il confine Trentino e, soprattutto attorno alla città di Trento che fu circondata da una vera e propria “cintura” di fortificazioni. Si riteneva, infatti, che difendendo Trento si sarebbe riusciti a proteggere tutta l’asta dell’Adige e il passo del Brennero. Altri mirabili esempi di architettura di difesa si trovavano a Riva del Garda, altro anello fondamentale per impedire l’avanzata di truppe nemiche in tutto il territorio provinciale.

[2] Infatti, ad eccezione del Cariola, gli altri forti furono reimpiegati come magazzini e la loro dotazione di armi fu destinata altrove. Non erano, quindi, obbiettivi su cui si concentrò l’artiglieria italiana.

[3] ISCHIA Marco TAMBURINI Arianna, Sulle orme del tenente Hecht, La linea difensiva austro-ungarica nella grande Guerra dalla cintura dei forti di Lardaro alla vetta del Cadria, s.l., Tipografia Editrice Temi, 2009, pp. 55-76.

TABARELLI Gian Maria, I Forti Austriaci nel Trentino e in Alto Adige, Trento, Temi Editirice, 1990, pp. 107-115.

L’area cimiteriale di Malga Clef si trova in posizione rialzata al centro di una radura sulla sinistra del Lago del Lares. Raggiungibile dalla località di Boniprati, ma anche dalla Valle Aperta o dalla Val di Daone, esso si trova, paradossalmente, in una zona tranquilla pur essendo a ridosso della prima linea del fronte. Il cimitero risale ai primi mesi del 1917 ed è testimone più che della violenza della guerra, di quella della natura.  Nella giornata del 13 dicembre 1916, infatti, la Ia Compagnia del 41o Reggimento di Fanteria della Brigata Modena, si apprestava ad avvicendare un altro reparto dislocato nelle trincee del monte Lavanech. Appena superato il passo di Bondolo, la Compagnia aveva iniziato a discendere lungo la mulattiera che “tagliava” le pendici del monte Remà. L’inverno si faceva sempre più aspro e l’abbondante coltre di neve aveva raggiunto in quei giorni i due metri. ciò, tuttavia, non era sufficiente a fermare i soldati. All’improvviso l’esplosione di una granata poco sopra, provocò il distacco di un’enorme slavina che, in pochi attimi travolse tutta la Compagnia. I pochi superstiti corsero a dare l’allarme, ma i soccorsi riuscirono a giungere sul posto solamente all’alba del giorno dopo: chi era riuscito a liberarsi dalla neve fu trovato assiderato, mentre per trovare tutti gli altri corpi si dovette attendere il disgelo. Man mano che, nella primavera del 1917, questi cadaveri riemergevano, vennero trasferiti a Malga Clef, dove, appunto, venne allestito il cimitero. Le vittime di quella tragedia furono 112. Alla fine della guerra i soldati sepolti in quel luogo ammontavano a 252, quasi tutti morti a causa di altre valanghe o, comunque, per malattie causate dal gelo.

Il cimitero di Clef non fu decorato con particolari monumenti, ma fu sempre caratterizzato da una certa semplicità: al centro fu eretta una stele di granito locale con la scritta A voi eroi che non piombo nemico ma gelido manto spense. Sulle tombe dei soldati furono poste delle croci in legno, mentre due lapidi ricordavano, una il capitano Ruggeri (e riporta la data dell’8 aprile ’17), l’altra il tenente Michelotto deceduto nel settembre ’18.

I corpi di tutte queste vittime, però, non avevano ancora trovato la pace eterna: nel 1933 furono tutti riesumati per essere trasferiti nell’Ossario di Castel Dante a Rovereto. Da quel momento l’area cadde nel più totale abbandono, tanto che, dopo la riesumazione, le fosse non vennero più chiuse. Negli anni ’70 ci fu un primo intervento di recupero: furono tagliate le piante che avevano infestato la zona, fu recintata l’area, riposizionate le croci in legno e ripulite la stele e le due lapidi. Seguì un altro periodo di oblio fino alla fine degli anni ’80, quando, un secondo intervento di recupero, riportò un po’ di dignità a questo luogo, perché, nonostante i soldati non siano più sepolti lì, i passanti possano comunque volgere loro un pensiero e riflettere sull’assurdità della guerra.

Cimitero militare italiano di Malga Clef.

Cimitero militare italiano di Malga Clef.
Fonte: foto di Simone Marchiori.

 

Particolare della scalinata d'accesso al monumentale cimitero di Bondo; al centro si può notare il trigramma dell'imperatore: FJI (Franz Joseph I)

Particolare della scalinata d’accesso al monumentale cimitero di Bondo; al centro si può notare il trigramma dell’imperatore: FJI (Franz Joseph I)
Fonte: foto di Simone Marchiori.

Si è già detto sopra di come le autorità militari avessero emanato direttive precise per dare degna sepoltura ai caduti.

Anche sul fronte delle Giudicarie il comandante della 50a Mezza Brigata (con sede a Bondo), colonnello Theodor Spiegel, fece seguire queste disposizioni con particolare scrupolo.

Spiegel dispose che la progettazione e la realizzazione del cimitero militare che avrebbe dovuto accogliere i caduti di quel settore, fosse affidato al curato da campo, padre Fabian Barcata, originario della Val di Fiemme, al quale vennero concessi ampi poteri decisionali. Egli possedeva una spiccata predisposizione per la manualità e un raffinato gusto artistico derivante dai suoi studi.

Padre Barcata si mise subito all’opera affrontando il primo dei problemi: la collocazione del monumento. Dopo aver vagliato alcune ipotesi, decise che la migliore di queste risultava essere la zona a nord-est di Bondo, alla confluenza dei torrenti Arnò e Fiana in località Pedevle-Fortin, su un dosso costeggiato dalla strada erariale (ora strada statale del Caffaro)  vicino a quello che era all’epoca il cimitero civile. Alla base di questo dosso, esisteva da secoli una chiesetta dedicata a San Rocco, la quale, giudicata dallo stesso curato di scarso valore artistico, fu demolita per far posto all’imponente gradinata di accesso del cimitero. A questo punto scelse una quarantina di collaboratori (fra soldati e civili), circondandosi di scultori, scalpellini, artigiani del ferro, ecc.

Cominciarono, così, i lavori che prevedevano la realizzazione di tre settori ben precisi: la scalinata d’accesso, il cimitero lungo tutta la cresta del dosso e la cappella mortuaria, che avrebbe dovuto sorgere ad est, sul colmo del colle, ma la cui realizzazione avrebbe dovuto avvenire solo al termine del resto per non intralciare.

Per tutte le strutture si decise di utilizzare materiale del luogo: granito della Val di Breguzzo e marmo bianco di Trivena. Tutti i progetti e le sculture furono ideate da padre Barcata che poi distribuì fra i suoi aiutanti. Inoltre egli si accollò l’onere di rifinire tutte le opere più importanti: nessuna scultura usciva dai laboratori senza la sua supervisione e si può, quindi, dire che il monumento rispecchia il suo spirito e la sua precisa volontà.

Il primo periodo dei lavori fu rallentato dall’aviazione italiana che, scoperto il cantiere, temeva la realizzazione di strutture militari. Quando, però, si accorsero che era un opera di pace i vertici militari italiani dettero il preciso ordine di non bombardare la zona. Si continuò così a ritmo serrato per tutto il periodo del conflitto e, quando sopraggiungeva l’inverno, rendendo impossibile i lavori, la squadra di Barcata si dedicava all’intaglio degli oggetti più svariati, la cui vendita serviva per raccogliere fondi e per far regali alle truppe al fronte.

Nel 1918 il cimitero era praticamente concluso, ad eccezione della cappella e di alcune statue ornamentali destinate alla scalinata. L’arrivo delle truppe italiane interruppe tutto e padre Fabian Barcata decise di seguire in prigionia i suoi commilitoni. Tornato libero, fu richiamato dal genio militare italiano a finire l’opera, della quale erano rimasti tutti positivamente impressionati, ma, una volta giunto a Bondo, trovò una situazione totalmente diversa, riscontrando anche una forte ostilità dei residenti che avevano paura che il frate volesse portar via loro il lavoro. Decise, quindi, di ritirarsi in convento, ma poco dopo venne nuovamente richiamato dal comando militare italiano. Ritornò nuovamente a Bondo dove fu accolto ancora peggio della volta prima: un irredentista di Roncone lo accolse prendendolo a schiaffi. Amareggiato e deluso si ritirò definitivamente in un convento in Tirolo fino alla morte.

Cominciò così un periodo di totale abbandono del monumento. Durante il periodo fascista fu deturpato in vario modo: le bestie vi pascolavano senza alcun rispetto, il busto del colonnello Spiegel fu sfregiato e fatto sparire (fu ritrovato solo dopo la Seconda Guerra Mondiale), e sulle inziali di Francesco Giuseppe, al centro della gradinata, fu dipinto il tricolore. Solo durante la Seconda Guerra Mondiale l’autorità tedesca nominò curatore del cimitero un cittadino ceco, ma sposatosi con una donna del posto: Giovanni Klement. Egli dedicò la sua vita alla cura  del luogo. Nello stesso periodo anche la gente di Bondo, da sempre legata al monumento, cominciò a muoversi per formare un comitato che provvedesse al restauro. Arrivarono poi anche degli accordi internazionali che inserirono il cimitero austro-ungarico tra le opere da conservare in eterno.

L’ultimo restauro risale al 1990 e vide la sabbiatura di tutte le parti in granito, nonché la pulizia delle parti in marmo.

Riposano nel cimitero le salme di 697 soldati appartenenti alle nazionalità dei Paesi che al tempo della Grande Guerra componevano l’Impero asburgico. Le salme italiane  e quelle dei caduti di origine locale sono state da tempo trasferite o nell’Ossario di Castel Dante (Rovereto) oppure nei cimiteri dei paesi della valle.

Attualmente il cimitero monumentale si presenta ottimamente curato e vede, finalmente, riconosciuto il suo valore artistico. Al visitatore ispira ancora quelle sensazioni per le quali venne concepito da padre Barcata e, cioè, un forte senso di pace e di vicinanza a Dio.

Cercando di descriverlo brevemente, si può dire che, passando per la statale 237 del Caffaro, salta subito all’occhio l’imponente scalinata che si biforca due volte in due scaloni concentrici. A metà, dove queste scale si incrociano, sorge un grande muro con la scritta F. J. I, quale dedica all’amatissimo imperatore Francesco Giuseppe I (morto nel 1916), incorniciata da due teste d’aquila e da una spada medievale. Il parapetto soprastante è stato traforato per formare la K di Kaiser (imperatore), mentre tutto il resto è decorato con delle croci oblique. Sempre a metà scalone vi è una fontana con al centro un bambino che regge una corona: simboleggia l’innocenza e la vita; in cima alle scale, invece due leoni, fanno la guardia alla maestosa stele commemorativa. Essa al suo apice porta un’aquila con lo sguardo rivolto verso quello che un tempo era il confine di Stato, mentre alla base si trovano due bassorilievi: uno riporta una scena agreste a simboleggiare la pace, mentre l’altro dei soldati, fra cui il colonnello Spiegel, per rappresentare la guerra. In origine era presente anche una scritta in tedesco che diceva das Vaterland seinen Heltern (“la patria ai suoi eroi”), ma in seguito venne rimossa. Nel suo insieme, questo accesso al cimitero vede dominare la linea verticale, tanto che, dal fondo dello scalone si ha l’impressione di una crescente elevazione, arrivando perfino a credere che tutto il cimitero militare sia contenuto lì. Passando al piano di sepoltura, l’area si articola in vari settori a cui si accede da vari vialetti e scalinate che si aprono in mezzo alla vegetazione messa a dimora dallo stesso padre Fabian Barcata. Ogni settore presenta gruppi di cippi numerati per ogni caduto e ogni gruppo ha un suo particolare monumento. Ed è proprio in questi monumenti che si fa un ricco uso della simbologia cristiana, associata ad elementi nordici, che stanno ad indicare che la morte è solo una via per la vita eterna. Interessante un monumento fatto da tanti blocchi di pietra che riporta i nomi dei soldati dell’Impero di diversa nazionalità: essi sono morti tutti per la stessa patria e, quindi, la loro tomba rappresenta un vincolo di continuità fra le diverse popolazioni dell’Austria.

Risulta evidente come questo monumento, con la sua pace solenne, rappresenti un elemento importantissimo per la Valle del Chiese: il suo inestimabile valore artistico fa coppia con la sua carica suggestiva, che in un attimo fa capire l’inutilità della guerra, ma anche la certezza dell’Aldilà in cui vivere tutti in pace, indipendentemente dalle proprie origini.

Un gruppo di sepolture all'interno del cimitero monumentale di Bondo.

Un gruppo di sepolture all’interno del cimitero monumentale di Bondo.
Fonte: foto di Simone Marchiori.

Bassorilievo posto alla base della stele in cime alla scalinata del cimitero monumentale. Al centro si può notare il colonnello Spiegel, capo delle operazioni in Giudicarie

Bassorilievo posto alla base della stele in cime alla scalinata del cimitero monumentale. Al centro si può notare il colonnello Spiegel, capo delle operazioni in Giudicarie.
Fonte: foto di Simone Marchiori.

Uno dei leoni che dominano la scalinata s'accesso al cimitero monumentale.

Uno dei leoni che dominano la scalinata s’accesso al cimitero monumentale.
Fonte: foto di Simone Marchiori.

La morte in guerra è qualcosa con cui bisogna imparare a convivere. La precarietà della vita umana in un evento bellico è qualcosa di imprescindibile, specialmente se si è costretti a combattere, come durante la Grande Guerra, in condizioni ambientali estreme che diventano ancora più pericolose del nemico e delle sue armi. Ecco, quindi, che la morte lascia un suo segno anche sul territorio attraverso cimiteri e monumenti commemorativi.

I comandi generali dei due eserciti avevano dato disposizioni precise in merito alla sepoltura dei caduti già prima dell’inizio della guerra, ma essa fu talmente cruenta, che molto spesso non fu possibile rispettare tutti questi ordini. Anzi, al termine della guerra il fronte risultava essere un po’ come un immenso cimitero: basti pensare che alcune stime parlano di 50-60.000 morti solo nel tratto di fronte che va dall’Ortles al Lago di Garda (e che comprende, quindi, anche le Giudicarie) e che circa la metà di questi decessi fu causato da slavine, fame e freddo. Di fronte a questo scenario agghiacciante, si deve considerare che non sempre era possibile riportare a valle i corpi, o perché si metteva a repentaglio la vita di altri soldati, oppure perché non si avevano i mezzi per il trasporto. In molti casi, quindi, si optò per dare una degna sepoltura in loco. Non fu raro, quindi, veder sorgere, sulle montagne, dei piccoli cimiteri, molto semplici, oasi di pace in mezzo all’inferno. Terminata la guerra, questi cimiteri furono per la maggior parte abbandonati anche perché spesso non se ne conosceva nemmeno l’esistenza, oppure vennero riesumati i cadaveri e traslati nei grandi ossari militari, costruiti per commemorare l’immane tragedia.